Un sorriso che nasce dal cuore

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IL DOLCE VELO

È notte e sono stesa qui in un divano di Nizza. Pareti sconosciute. Mobili da residence. È strano ma non sento dolore.
È come se avessi anestetizzato la mente oltre al corpo. Mi osservo da un altrove, da quel luogo un po’ più in alto in cui mi han detto “ormai non c’è più niente da fare”. Mi passo la lingua sui denti. Faccio fatica a muoverla, faccio fatica a respirare. Ma non faccio fatica a capire che ho un sacco di barrette di plastica anche un po’ malmesse che mi tengono incollati i denti. So che dovrei sentire dolore, ma non lo sento. Ho deciso di andare altrove. Perché non ho la forza per affrontare questa nuova sfida. Sono stanca, per la prima volta nella mia vita lo devo proprio ammettere, sono stanca.

Avevo lavorato così tanto. Ci avevo creduto un’altra volta ed ero felice.
La notte era scesa tranquilla. Come un dolce velo. Io mi facevo più in alto e tutto allora passava sotto di me. Vedevo quelle nubi nere dal di sopra da dove sta il sole, e così non mi facevano tanta paura.

Era come se qualcuno mi prendesse per mano con fare gentile e mi accompagnasse ad attraversare quel passaggio.
Tenevo il telefono in mano da ore. Da quando ero caduta all’improvviso. Era ancora sporco di sangue ed era l’unica cosa capace di farmi compagnia. Il mio solo legame col mondo vero.

Che poi la tecnologia è più sottile di noi, mi veniva da pensare, e non sarebbe stata possibile la storia d’amore che stavo vivendo anche solo fino ad alcuni anni fa. Senza gli sms le skype call e la chat di facebook a colmare le distanze... io e la mia collezione di sms che eran la cosa più preziosa di noi.
E rileggendo l’ultimo sms realizzavo che non avrei potuto vedere Marco in quella condizione. Dio che vergogna dovevo essere un mostro!!!
Ora non lo trovo più ma il messaggio che avevo mandato suonava più o meno così:

Son mancata a me stessa e son caduta.
La mia bocca è ferita
Sono a letto non posso parlare reduce da tre ore e mezza di intervento non so come tornare e come iniziare a lavorare e in questo delirio l’unico pensiero che mi fa preoccupare è che forse non ti potrò più baciare.” L
a notte è insonne e magica.

Era inutile pensare di dormire, ma incredibilmente io stavo bene.
Galleggiavo sopra di me.
Sopra i miei pensieri e non avevo preoccupazioni.La voce dolce continuava a cullarmi col suo mantra e sembrava sorridere alla mia preoccupazione amorosa. “Affidati alla Madre Divina, Chitra sii tranquilla affidati alla Madre Divina”.

Era dolce, ma mostrava una determinazione calma e inesorabile; mi guidava con mano e mente fermissime.
Una mente la cui concezione era davvero immacolata. Una buddhi* o forse uno spirito, che aveva solo luce e niente ombre.

Solo certezze sulla via da prendere.
Sue erano diventate le mie mani, suo tutto il mio corpo, suoi tutti i miei pensieri.
E suo sicuramente anche il mio dolore perché continuavo a non sentire assolutamente niente.
Eppure, diceva la mia razionalità, l’effetto dell’anestesia doveva essere passato da un pezzo!
Ero in uno stato quasi di beatitudine come se fossi un po’ più in là.
Ogni tanto mi guardavo allo specchio e ciò che vedevo mi riportava alla realtà... ma incredibilmente stavo bene.
Forse la sensazione che fra tutte riuscivo a distinguere era quella di liberazione, come se dopo tantisssssssimo tempo, avessi lasciato andare un peso. Come se col sangue e con i denti fosse uscito un dolore antico e ora io mi sentissi all’improvviso leggera.
Come se quel sangue che aveva corso nella mia bocca avesse purificato una parte di me. Si certo le labbra erano gonfie, i denti mancavano, il ghiaino di Nizza si era infilato dappertutto e il mio volto era tumefatto.
Ma l’ombra aveva mostrato la sua luce. Quella stanza straniera sembrava ora illuminata di un rosa un po’ tiepido e aranciato. La mente era chiara e io sapevo con certezza cosa dovevo fare.

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